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| Mondo impresa |
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di Fabio Salvati |
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grande minaccia a nuova opportunità |
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La Cina sta diventando
la “fabbrica del mondo”: un centro manifatturiero
a basso costo,ma anche un enorme mercato di sbocco in rapida
crescita.
Da almeno un anno si parla molto di Cina, perlopiù in
termini preoccupati e preoccupanti. L’argomento principale
sembra essere il pericolo che questo paese rappresenta per l’industria
italiana. Esaminiamo i fatti. La Cina è diventata nel
2002 il quinto paese esportatore del mondo, con esportazioni
pari a 325 miliardi di dollari e una quota di mercato mondiale
del 5%. Le esportazioni verso l’Unione Europea sono state
di 77,1 mld di dollari, pari al 3,1% dell’import totale
dell’Unione. Molti dei settori dove le merci cinesi presentano
i maggiori
tassi di penetrazione sono quelli che tutti ci aspettiamo: l’abbigliamento
(9,8 mld di dollari,9,8% dell’import totale dell’Unione
relativo a questa categoria di prodotti), i giochi (6,5 mld
di dollari e 35,8%), le calzature (2 mld di dollari e 9,7%),
gli articoli da viaggio (2,5 mld di dollari e 45,1%), i mobili
(1,6 mld
di dollari e 6,2%). Si tratta di settori a bassa tecnologia,
dove la disponibilità di ingenti quantità di manodopera
a basso costo gioca certamente un ruolo competitivo fondamentale,
specie se unita alla debolezza della valuta cinese negli ultimi
tempi (è ancorata al dollaro). C’è però
un primo punto di dissonanza. Procedendo nell’analisi,
si vede che l’Unione importa dalla Cina circa 18,6 mld
di
dollari di equipaggiamenti per l’ufficio e le telecomunicazioni
(6,7%del totale dell’import di categoria)e 7,2 mld di
dollari di macchinari ed apparati elettrici (7,9%del totale).
Si tratta di settori dove il bisogno di manodopera qualificata,
capitali e tecnologie è già più elevato.
Un altro dato mostra che nel 2001 più del 20% dell’export
cinese era rappresentato da beni ad alta tecnologia.
La Cina sta diventando la “fabbrica del mondo”:
un centro manifatturiero
a basso costo, ma anche un enorme mercato di sbocco in rapida
crescita Ma la Cina è anche diventata il sesto importatore
mondiale. Nel 2002 ha acquistato dal
resto del mondo merci per 295 mld di dollari, pari al 4,4%del
totale mondiale.
Il saldo commerciale dell’anno è stato di circa
30 mld di dollari, sicuramente notevole, ma un valore comunque
inferiore a quello di paesi come la Germania o il Giappone (120
mld di dollari e 79 mld),e comparabile a paesi medi come il
Canada (25)e Taipei (23) o addirittura piccoli come l’Irlanda
(37), l’Olanda (25), il Belgio (17)e la Svezia (15). Il
saldo cinese, pur in crescita, non è esploso
negli ultimi anni ,rimanendo attestato fra i 15 e i 30 mld di
dollari. L’Unione Europea nel 2002 ha esportato in Cina
32 mld di dollari di merci, concentrate per i due terzi su macchinari
e mezzi di trasporto. L’aumento sul 2001 è stato
del 20%. L’insieme di questi dati suscita alcune riflessioni.
C’è innanzitutto un
problema tutto italiano di percezione del “pericolo Cina”.
Il gigante asiatico si rivela particolarmente competitivo su
merceologie che rappresentano la spina dorsale del made in Italy:
mobili, tessili, abbigliamento e calzature in particolare. La
sensibilità nazionale nei confronti del problema è
pertanto
più elevata che in altri paesi, attestati su strutture
dell’export diverse e a più alto valore aggiunto
e che sembrano soffrire meno la sindrome cinese.La Cina si sta
poi trasformando nella fabbrica del mondo e molte delle sue
esportazioni in realtà sono realizzate da imprese di
altri paesi, che hanno delocalizzato la produzione e mantenuto
in patria le funzioni e le lavorazioni a maggiore valore
aggiunto. Un dato per tutti a conferma del fatto: da tempo la
Cina attira investimenti esteri diretti superiori a 40 mld di
dollari, una delle cifre più alte del mondo. Prima il
fenomeno ha riguardato i prodotti più poveri. Ora si
sta estendendo a prodotti più complessi. La Cina sta
diventando anche uno dei
più grandi mercati del mondo. È un paese solvibile,
con un Pil superiore a quello italiano che però cresce
all ’8% annuo. Ha 1,3 miliardi di abitanti. Sta attraversando
un rapido processo di modernizzazione anche se occorreranno
molti anni per pensare a un allineamento a standard di tipo
occidentale.
Per ora importa principalmente beni utili al processo di industrializzazione,ma
sta crescendo anche la quota dei beni di consumo.
Per questo è il momento che l ’impresa italiana
veda l’opportunità piuttosto che il problema. Proviamo
a pensare la Cina come un paese dove è possibile produrre
per i mercati mondiali beni per i quali in ogni caso l’Europa
Occidentale non è più competitiva da un punto
di vista manifatturiero. Pensiamola poi come un mercato di sbocco
già grande e in rapida crescita, da servire con beni
pro-
dotti sia localmente sia fuori dalla Cina. Se si rivolta la
questione in questo modo,diventa semplice capire cosa fare.
Diverse imprese occidentali hanno già adottato questo
tipo di approccio con risultati molto buoni.
È interessante un caso italiano che rappresenta probabilmente
l’estremizzazione del concetto: la DeCoro, un’impresa
produttrice di mobili imbottiti. Fondata nel 1997 da un imprenditore
italiano direttamente nel Sud della Cina, l’azienda, condotta
da un team manageriale di nostri connazionali, produce mobili
di qualità italiana a prezzi cinesi. È la più
grande fabbrica di divani nel mondo,
in grado di consegnare ovunque entro 10 settimane dall’ordine
e il cui fatturato è passato dai circa 10 milioni di
dollari del primo anno ai circa 250 previsti per il 2003. Una
curiosità: l’azienda, presente in molti dei maggiori
mercati mondiali, non vende in Italia. |
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