
L’anta a telaio della cucina
Bellavita (design Makio Hasuike & Co.) di Del Tongo, con
gola in multistrato marino impiallacciato ciliegio. |
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Come devono essere definiti correttamente
i materiali dei mobili al momento della vendita?
La soluzione migliore è quella
di utilizzare termini e definizioni standardizzate e unificate,
per evitare malintesi e fraintendimenti relativi a quanto
il cliente credeva e/o intendeva acquistare. La scelta della
corretta terminologia evita anche l’utilizzo di parole
più o meno fantasiose che non definiscono esattamente
il materiale e la sua costituzione, di struttura, di rivestimento
o di finitura.
Quindi i termini
e le definizioni di uso comune sono diversi da quelli a norma?
Purtroppo a volte sì. Esprimendoci
con un termine comune, siamo portati ad utilizzare una versione
più o meno italianizzata in uso nella nostra zona,
una definizione gergale di un materiale che non sempre corrisponde
a quella unificata. Un esempio curioso della confusione dei
termini è la definizione in uso per il pannello di
particelle di legno, che in Brianza è noto con il termine
panforte, termine che in Toscana identifica invece un tipico
dolce senese, mentre lo stesso pannello è comunemente
detto truciolato.
Sempre per questo tipo di materiale ligneo, molto utilizzato
per realizzare parti strutturali di mobili, altri curiosi
termini sono in uso in altre zone d’Italia: truciolato,
pannello massiccio di trucioli, composto di polvere di legno
incollato, legno rigenerato e così via.
Un altro esempio di confusione di termini è dato dal
consueto uso di lastra e lastrone per identificare il sottile
foglio di legno utile per ricoprire le parti strutturali,
il quale è normato invece con il termine piallaccio
di legno, identificato e riconosciuto comunemente anche come
tranciato e impiallacciatura.
Qual è
il termine a norma per indicare il pannello di fibra?
Occorre chiarire che i pannelli di fibra
appartengono a una determinata famiglia di pannelli lignei
in cui l’elemento più piccolo ottenibile dal
legno (la fibra), miscelato con un appropriato adesivo, determina
la produzione di più e differenti tipi di pannelli
di fibra di legno, di sovente utilizzati anche per realizzare
parti di mobili, come ad esempio i pannelli normati con la
definizione pannelli di fibra di legno duri ed extraduri,
anche noti con i termini commerciali di faesite e masonite,
nonché i pannelli di fibra a media densità anche
conosciuti e normati con la sigla inglese mdf (medium density
fiberboard).
Purtroppo il pannello mdf viene spesso erroneamente detto
pannello misto legno o amalgama di fibre legnose. Spesso chi
non conosce il processo di produzione lo identifica invece
come agglomerato di fibre di cartone pressate, oppure come
polverino di legno compatto, e persino con gli assurdi termini
cartone inumidito, ricotto e pressato o fibre legnose uniformi.
E per gli altri
tipi di pannelli a base legno, quali sono le corrette denominazioni?
Per esempio, sarebbe sconsigliabile utilizzare la definizione
pannello ignifugo, se non altro per il semplice motivo che
il legno non può essere resistente al fuoco! In sua
vece, si dovrebbe utilizzare il più appropriato termine
pannello ignoritardante ossia che ritarda il più possibile
l’azione del fuoco.
Così come si dovrebbe definire pannello resistente
all’umidità, invece del più utilizzato
ma non del tutto corretto pannello idrorepellente, perché
il legno, anche se trattato con adesivi e/o sostanze per proteggerlo
da fenomeni atmosferici, assorbe sempre umidità sia
sottoforma di acqua sia di vapore.
Ulteriori esempi di fantasia terminologica si riscontrano
nei termini: tessuto ligneo policromo, legno ricomposto o
precomposto, invece del termine normato legno multilaminare
tinto; pannello scheletrito o tamburellato invece di pannello
tamburato; oppure pannello foderato invece del più
corretto pannello rivestito o placcato.
Per concludere con l’arcinota definizione “pannello
di fogli di legno massiccio ricoperto con sottile strato nobile
di noce tanganica”, che riporta ben tre grossolani errori:
l’aggettivo ‘massiccio’ associato agli sfogliati
di legno che costituiscono il compensato o il multistrato
a seconda del numero degli sfogliati; ‘… sottile
strato…’ invece di piallaccio, forse radica o
al massimo impiallacciatura; e, dulcis in fundo ‘…
noce tanganica...’ specie legnosa inesistente e inventata
per definire quella identificata con il termine Aniegrè
che con il noce non ha nulla da spartire, anche perché
botanicamente sono differenti.
Anche per i
legnami esistono termini unificati?
Sì, ma purtroppo, a volte, si utilizzano denominazioni
di fantasia, forse perché i potenziali clienti possono
più facilmente associarli ad altri legnami più
noti.
Per esempio, si dice Doussiè Asia quando il Doussiè
è una specie che vegeta solo in alcuni Paesi africani;
per Pino Svedese si indica un legno che arriva anche dalla
Russia, o dalle repubbliche baltiche; Afrormosia del Brasile
è uno splendido legno molto decorativo che vive e vegeta
solo in alcuni paesi africani; il Rosso Cardinal è
ignoto ai botanici. E persino il tanto apprezzato noce nazionale
in realtà non esiste come pianta, ma in realtà
deriva dall’albero di noce ovunque questo cresca, quindi
la nazione cui si riferisce l’origine potrebbe essere
anche francese, turca, rumena o inglese!
E per gli altri
materiali?
Ad esempio: si dice ‘laminatino’ invece che carte
decorative, pannello melaminico invece di pannello nobilitato
di carta impregnata di resina melaminica; formica invece di
laminato plastico, e infine marmorit, quarzeirt, fluoriboard
e così via, invece di indicare la resina base che identifica
quel tipo di materiale sintetico prodotto a livello industriale
miscelando più componenti.
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