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Nei consumi ridotti
o ritrosi degli italiani, il mobile deve impegnarsi per strappare
quote familiari al fascino di viaggi e telefonia, e al dinamismo
del largo consumo
Quando si analizzano i consumi e l’andamento di un determinato
mercato, una cosa semplice ma fondamentale da fare, che viene
spesso trascurata, è quella di collocarli in un quadro
generale. Da questo esercizio emergono spiegazioni e spunti
assai interessanti ed utili. Facciamo un esempio concreto.
Vediamo come la famiglia media italiana spende i suoi soldi
ogni mese. Circa un quinto se ne va in spese alimentari. Nell’ambito
dei consumi non food, un quarto della spesa totale è
per l’abitazione. Con l’aggiunta delle bollette
per l’energia essa sale circa al 30%. Solo per mangiare
e mettersi un tetto sulla testa si spende metà del
budget familiare. Vediamo quali sono le altre spese incomprimibili
o difficilmente comprimibili. Sanità e comunicazione
insieme rappresentano quasi il 6%, i trasporti un altro 14%,
l’istruzione l’1% abbondante, non molto più
di quello che viene speso per il tabacco (o fumiamo troppo
o studiamo troppo poco!). Siamo arrivati al 70% della spesa
e ancora la nostra famiglia non si è vestita, non ha
comprato un giornale, non è andata al cinema o a fare
una scampagnata. L’abbigliamento e le calzature rappresentano
il 6,7%, i mobili, gli elettrodomestici e i servizi per la
casa un altro 6,2%. Si tratta di voci di spesa che possono
essere compresse, ma non più di tanto. Il massimo che
si può fare è rinunciare agli sfizi, comprare
cose di qualità e/o prezzo inferiore o posporre acquisti
che comunque prima o poi andranno fatti. I consumi ai quali
molto teoricamente si può rinunciare in tutto o in
parte sono i tabacchi (0,8%), il tempo libero, la cultura
e i giochi, gli altri beni e i servizi. Questi ultimi sono
i consumi in maggior crescita strutturale, tipici di un’economia
post-industriale dove, raggiunto un certo livello di consumi
primari, le persone cercano consumi con alto contenuto di
appagamento psicologico. Passiamo ora a quello che le famiglie
pensano della loro situazione economica e della sua evoluzione,
un giudizio che non necessariamente coincide con la reale
situazione. In questo caso vediamo che, dopo un picco raggiunto
nel 2001, il clima generale è andato deteriorandosi
piuttosto rapidamente. Le famiglie che nel 2003 hanno dichiarato
che la loro situazione economica è migliorata o rimasta
invariata sono state il 51,5%, contro un 78,8% del 2001.
Le famiglie che vedono la situazione un po’ peggiorata
sono il 34,9% contro il 17,6% del 2001. Quelle che invece
parlano di situazione molto peggiorata sono il 12,6%, contro
il 2,7%. Riguardo alla disponibilità di risorse economiche,
la quota di famiglie che si trova in una situazione ottima
cambia di poco.
Diminuisce in maniera sensibile la percentuale di quelle che
pensano di avere risorse adeguate, dal 70,1% del 2001 al 57,6%
del 2003. Altrettanto sensibile è la crescita di chi
reputa di avere risorse scarse o insufficienti, il 39,9% nel
2003. Difficilmente, data la congiuntura economica e l’andamento
di altre inchieste sul sentimento dei consumatori, i dati
relativi al 2004 dovrebbero mostrare miglioramenti. Cerchiamo
di collegare i dati qui esposti e dare loro un senso per chi,
ad esempio, opera nel settore dei mobili e degli elettrodomestici.
I consumi di questi prodotti innanzitutto rappresentano una
quota ridotta e in diminuzione nelle spese delle famiglie.
In un budget familiare che per la maggior parte è incomprimibile,
si tratta inoltre di alcuni fra i pochi beni il cui acquisto,
a meno di guasti gravi, può essere deferito anche per
tempi lunghi, anche perché si tratta di prodotti che
spesso hanno tassi di obsolescenza fisica e soprattutto psicologica
ridotti. Il panorama vede poi famiglie che in misura crescente
si polarizzano fra una piccola fascia di consumatori tranquilli
e ad alto tenore di vita, quelli che dichiarano di avere mezzi
finanziari abbondanti e parte di quelli che dicono di averne
di adeguati, ed una platea crescente di consumatori che si
sentono o sono più poveri.
In quest’ambito vendere un mobile o un elettrodomestico
in più non significa solo indurre il consumatore a
scegliere fra una marca e l’altra. La questione per
il consumatore diventa anche e soprattutto quella se spendere
per il mobile o, ad esempio, per un viaggio, per un prodotto
di marca o uno di basso prezzo. Il concetto di bene concorrente
o sostitutivo assume una valenza doppia, in termini di fascia
di mercato all’interno di un determinato segmento merceologico
e di scelta fra un tipo di consumo o un altro nell’ambito
del budget familiare.
A questo punto, ad esempio, bisogna lavorare su più
dimensioni:
- il rapporto qualità/prezzo, declinabile in termini
di accessibilità del bene per le fasce di mercato in
fase di indebolimento e di esclusività per quelle affluenti;
- al fine di spostare quote di budget familiare da una categoria
di consumi all’altra, livello di appetibilità
del bene e vantaggi in termini di appagamento psicologico,
soddisfazione, autostima e senso di appartenenza che esso
può apportare al consumatore;
- livello di obsolescenza psicologica indotta, portando le
logiche di progettazione, produzione e vendita più
vicine a quelle dei beni di largo consumo che a quelle dei
beni/investimento.
Sono solo alcuni tra i tanti spunti che si possono trarre
da due sole tabelle di dati facilmente reperibili. Proviamo
a pensare cosa si potrebbe ottenere sistematizzando l’analisi
ed estendendola a più aspetti del mondo dei consumi.
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Giudizio
delle famiglie sulla situazione rispetto all’anno
precedente e negli ultimi 12 mesi |

Fonte: Istat, indagine multiscopo
“aspetti della vita quotidiana” |
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