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Un
design versatile,
finiture di pregio,
dettagli importanti:
Highteak, progettata
da Castiglia Associati,
qui nella versione con
ante in ebano.
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IN FABBRICA Come
cambia il processo produttivo, asse portante dell’eccellenza
e della competenza italiana. Porte aperte sullo stabilimento
delle cucine Salvarani
Un viaggio alla scoperta delle più significative esperienze
produttive del settore delle cucine. Quello che Ambiente Cucina
propone ai lettori è un modo per capire meglio che
cosa c’è dietro il successo di un prodotto esposto
nelle fiere di mezzo mondo, nelle vetrine di negozi e showroom,
sulle pagine patinate delle riviste specializzate. Perché
dietro c’è sempre un’organizzazione, c’è
la
fabbrica, ci sono le persone. Come Franca, che in Salvarani
è un bene prezioso,
perché è lei che apre i pacchi di tranciati,
abbina i fogli in modo tale che le venature del legno, le
tonalità, le sfumature si accompagnino seguendo una
scansione precisa per trovare piena realizzazione nella cucina
finita. Franca, che ha 30 anni di esperienza, a buon diritto
rappresenta l’anima produttiva
della Salvarani, così come Castiglia Associati ne rappresenta
quella progettuale e Grazia, Rosy e Beppe Elli quella imprenditoriale.
Sono loro che hanno fortemente voluto affiancare alla produzione
di mobili Feg anche quella di cucine, con l’acquisizione
di Salvarani, avvenuta nel 1996, dando avvio alla trasformazione
dell’azienda fondata nel 1939 e alla sua integrazione
con quello che è diventato negli ultimi dieci anni
il Gruppo Feg. Primi anni difficili, a Parma, con due mentalità
a confronto: tra chi produce industrialmente cucine
e chi realizza mobili mediando la produzione industriale con
la sapienza artigianale, tra la cultura del laminato (Parma)
e quella del legno (la Brianza).
Anni di incomprensioni e, anche, di difficile integrazione.
Poi, nel 2001, il trasferimento dell’impianto produttivo
a Giussano, ampliamento di quello esistente. Con una logica
vincente. Da un lato la produzione di mobili Feg, dall’altro
quella delle cucine Salvarani. In mezzo, a unirle, una unità
di 10mila metri quadrati per le lavorazioni comuni: falegnameria,
prime lavorazioni, verniciatura. Totale: 48mila metri quadrati.
Ad entrare in fabbrica ci si accorge subito che non siamo
di fronte al modello produttivo cadenzato su ritmi frenetici,
anche se ogni 45 minuti si produce un mobile per cucina, che
sommati l’uno all’altro fanno 3.500 cucine all’anno
che prendono le strade del mondo. «Abbiamo privilegiato
la qualità alla quantità», spiega Rosy
Elli. «La nostra è una produzione che si basa
soprattutto sulla capacità dell’uomo e sulla
sua manualità, sulla sensibilità dell’operatore
che decide come è meglio accoppiare
i pannelli per ottenere il risultato migliore. Avendo scelto
un posizionamento
medio-alto, la professionalità dell’uomo all’interno
della fabbricaè fondamentale». Sono decisivi
l’attenzione al dettaglio e il coinvolgimento del lavoratore
e quindi anche la linea di produzione procede a un ritmo meno
serrato. La fabbrica è in funzione della scelta operata
da Salvarani di rivolgersi a un target medio-alto con prodotti
di qualità, lavorando ad hoc sulla personalizzazione,
al punto che non esiste più la differenza tra standard
e fuori misura.«La grande fortuna è stata quella
di poter realizzare una unità produttiva nuova e non
dovere adattare una linea esistente, proprio negli anni in
cui cambiava radicalmente il rapporto con il mercato, quando
la personalizzazione del prodotto non era più un’eccezione
ma diventava la regola», annota Natale Paleari, direttore
della produzione e logistica,
che ha disegnato il layout dello stabilimento avendo ben chiaro
quanto forte fosse ormai diventato il legame tra il momento
della produzione e
quello della vendita (come ha ben compreso, con qualche anno
di ritardo, anche la Fiat di Marchionne).«La lavorazione
ordine per ordine ha avuto un
impatto sull’architettura e sul layout della fabbrica.
Prima l’attenzione era concentrata sui flussi e sulla
logistica dei pannelli. Oggi il layout si basa
sulle lavorazioni specifiche. Ieri erano linee lunghe, oggi
sono centri di lavoro. Dei piccoli reparti all’interno
del reparto». Così quando l’ordine viene
lanciato,
si mette in moto il processo produttivo secondo una precisa
gerarchia di sequenze (prima le basi e i pensili, poi le colonne
su linee diverse) per
fare in modo che all’appuntamento alle buche di carico
per la spedizione giungano contemporaneamente tutti i componenti.
Tutto il processo è controllato con codici a barre
e, dal momento del lancio dell’ordine, nel giro di tre
giorni viene data conferma al cliente della data di consegna.
È un sistema
basato sulla massima flessibilità, che consente di
intervenire immediatamente sugli eventuali errori per poter
consegnare nei tempi e con i requisiti richiesti. «Il
margine di ritardo nei tempi di consegna previsti è
del 2%», afferma Paleari, citando un dato di cui va
particolarmente fiero. Un risultato ottenuto non senza problemi,
soprattutto con i fornitori ai quali, ricorda Paleari, è
stato
insegnato a lavorare seguendo i principi del custom made,
della conformità alla qualità richiesta e del
rispetto dei tempi di consegna: «Abbiamo rinegoziato
tutto il processo a monte e impegnato i fornitori, soprattutto
chi produce i piani di lavoro, a produrre nel rispetto del
disegno, riducendo le tolleranze. In questo l’informatica
ci ha dato una mano perché oggi trasferiamo tutte le
informazioni on line». Identiche le energie poste nel
trasferire i valori del prodotto ai 250 rivenditori, chiamati
due volte all’anno, a riunirsi per scambiare informazioni
con l’azienda e per ricevere il supporto tecnico necessario
per far capire al
consumatore finale il valore aggiunto di un prodotto che è
frutto di un processo così complesso. E cercare di
conoscere quanto sia apprezzato: «La distanza con il
nostro cliente finale è ancora troppo grande»,
commenta Rosy Elli.
L’attenzione all’aspetto umano non è, per
Salvarani (e per il gruppo Feg), dettato solo dal posizionamento
del prodotto in una logica di prezzo altoqualità
elevata. Va anche oltre.«Nel nostro settore non ci sono
barriere di protezione elevate», spiega Rosy Elli. «Anzi.
Forse l’unica vera barriera è rappresentata dal
fattore umano, la professionalità e la capacità
delle persone addette
alla produzione. La tecnologia, al contrario, è alla
portata di tutti, cinesi compresi: basta avere risorse finanziarie.
Il futuro del mercato medio e medio-
basso sarà necessariamente in quella direzione, perché
è difficile immaginarne altre in un’Europa che
ha alti costi di materie prime, energetiche e di manodopera.
Questi costi elevatissimi si giustificano solo se il prodotto
ha un valore intrinseco superiore. Che non può derivare
solo dalla tecnologia, altrimenti tra noi e i cinesi non ci
sarebbero differenze. Ecco allora dove sta la barriera. Comprare
la professionalità dell’operatore che lavora
tutti i giorni sui pannelli di tranciato è molto difficile.
Allora devi costruirla, ma è un processo lunghissimo,
che chi parte da zero non può permettersi. In Brianza
abbiamo questa ricchezza e riteniamo di non doverla perdere.
Se vogliamo valorizzare il
paese Italia, credo che questa sia la direzione giusta, associata
a ricerca e tecnologia, che sono comunque alla base di tutto
il processo di sviluppo aziendale». È dal connubio
tra artigianalità industriale e ricerca tecnologia
che è nata Highteak («per noi un prodotto è
al 50% manualità e al 50% ricerca e tecnologia»),
che ha segnato anche la svolta nel posizionamento di mercato.
«Proprio questo prodotto, che a due anni dal lancio
realizza il 50% del fatturato di 33 milioni di euro nel 2006,
riassume in sé la nostra idea di cucina e di come il
processo produttivo diventi un vantaggio competitivo»,
spiega ancora Elli. «Sì perché l’anta
e la maniglia ce l’hanno copiata quasi subito. Ma non
hanno potuto copiare ciò che ne ha decretato il successo:
l’ebano accompagnato in un certo modo, il teak che gira
intorno. Anche il pannello a muro, realizzazione di pura tecnologia,
con stampi e controstampi e soluzioni ad hoc, sappiamo che
prima
o poi sarà copiato. È l’insieme delle
due cose che la rende unica».
Lo stanno apprezzando anche i mercati internazionali. Proprio
in queste settimane il gruppo sta lavorando a una fornitura
per 70 residenze di lusso in
Dubai, tutte arredate con i migliori marchi dell’Italian
style.
E il modo di produrre Highteak, su misura e customizzata,
viene ora trasferito sulle altre linee di cucina e su quelle
che seguiranno. Prima tra tutte Grand Cuisine, che vede la
luce in occasione del Salone: «è la cucina classica,
importante, che riassume queste potenzialità produttive,
la cucina che
solo Salvarani sa fare». Bisognerà invece aspettare
l’inizio del 2008 perché
sia pienamente compiuto il progetto che nei giorni del Salone
è solo abbozzato. «Sarà un prodotto che
vuole interpretare la cucina metropolitana, esaltandone
le funzionalità anche in appartamenti di piccole dimensioni.
Un progetto che vuole lasciare il segno, come lo lasciò
Long Line, la prima cucina a piano unico, che è stato
il maggiore successo internazionale di Salvarani».
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