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Tendenze
La sfida dei consumi internazionali a confronto con le “culture”
del continente indiano: dall’arte del racconto alla
vocazione tecnologica, sino alla relazione tra diversità
Anche per quanto riguarda l’India,
l’ultimo tra i paesi del BRIC analizzati nel corso di
questo ciclo, il consumo si rivela una volta di più
la vera sfida dei prossimi anni, sia in termini individuali
che imprenditoriali. È infatti una dimensione in cui
le aziende e le persone diventano imprese creative. Più
diventa chiara la nuova concezione dell’identità
come sistema di relazioni e di sguardi incrociati, più
le persone diventano protagonisti al centro di una scena in
cui i luoghi del consumo ne sono espressione concreta. Il
caso dell’India rappresenta un orizzonte rilevante in
questa dimensione, con i suoi personaggi, i suoi casi di
successo, la sua vocazione nel mondo dello spettacolo e della
tecnologia. La cultura indiana nel suo complesso appare profondamente
in sintonia con questa logica pluridimensionale.
Le aziende del Made in Italy possono valorizzare l’analisi
e l’approfondimento della cultura indiana imparando
l’arte del racconto e della relazione tra diversità
che costituisce ancora oggi una delle grandi debolezze del
sistemaPaese. Per conoscere e affinare le nuove strategie
di comunicazione che sono in una fase di stravolgimento sia
nelle forme, sia nei contenuti.
Si assiste così a una Trasformazione evolutiva e Pluriverso,
come la dimensione che raccoglie le divinità indiane,
in cui assume rilevanza anche la relazione tra la sfera pubblica
e quella privata, cuore della tendenza della Creatività
Pubblica: le tendenze del consumo per l’India si muovono
in queste due direzioni.
La tendenza della Trasformazione Pluriverso: le logiche della
teoria della complessità si ritrovano nelle tendenze
del consumo e della comunicazione che si stanno affermando
con grande velocità anche in questo Paese. Il modello
lineare viene definitivamente superato, soprattutto dalle
nuove generazioni che circumnavigano l’esistenza in
un gioco di corsi e ricorsi, di azioni e retroazioni.
L’India è oggi sinonimo di outsourcing: da diversi
anni le società occidentali delocalizzano i call center
e altri servizi al cliente proprio nel subcontinente asiatico.
Di recente si sta assistendo a un fenomeno che può
essere definito outsourcing dell’outsourcing. Infatti,
dopo anni di esperienza accumulata nel settore, aziende come
i giganti dell’informatica Infosys e Wipro, stanno aprendo
centri servizi in paesi come Messico, Brasile, Cile, Uruguay,
Repubblica Ceca, Cina, Romania, Canada, persino Stati americani
come Idaho e Virginia.
Ashok Vermuri, senior vice president di Infosys, ha dichiarato
al New York Times che il loro obiettivo è “prendere
lavoro in ogni parte del mondo e farlo svolgere in ogni parte
del mondo”. Lo scopo di questa operazione è volto
a migliorare l’efficienza attraverso una migliore comunicazione
tra aziende e clienti, impiegando personale che sia in grado
di parlare la stessa lingua ma che abbia anche il medesimo
background culturale. Istituti di credito come Bank of America
e Goldman Sachs si affidano ad Infosys per i loro call center,
in particolare per quello che riguarda i servizi alle comunità
ispaniche, forniti da personale messicano che risiede e lavora
dal Messico.
Babajob è un sito indiano dedicato alla ricerca di
lavoro per persone senza particolari specializzazioni professionali.
In un paese votato all’astrazione, è facile incontrare
bravi programmatori ed esperti di informatica, ma risulta
spesso complicato trovare autisti, camerieri, receptionist
o idraulici: proprio da questa considerazione è nato
questo sito, che unisce le caratteristiche classiche di servizi
come Monster e Craigslist con le logiche e le dinamiche del
social networking, ad esempio la promozione attraverso blog
e BarCamp. Le idee base di Babajob sono poche e semplici:
ognuno merita un lavoro migliore (a prescindere dalle sue
capacità professionali o dal suo reddito) e la tecnologia
ci può aiutare ad assumere con maggiore efficienza
e a comunicare meglio con le persone che ci stanno a cuore.
Babajob è stato fondato da Sean Blagsvedt, un ex dipendente
di Microsoft che, dopo un periodo di lavoro in India, è
rimasto colpito dall’estrema povertà e dalla
difficoltà di trovare lavoro per i più poveri.
Tuttavia Internet raggiunge meno dell’1% della popolazione
indiana, mentre ben 185 milioni di persone hanno un telefono
cellulare. Di conseguenza i servizi di Babajob funzionano
in tutto e per tutto anche via SMS. Un altro elemento chiave
del successo di Babajob è il passaparola che va oltre
la rete, ovvero il coinvolgimento di persone (mentors) che
ricevono un compenso ogni qual volta riescano a far assumere
qualcuno.
Nel panorama internazionale, da un punto di vista della Trasformazione
Pluriversa, è emblematico il caso di TED (Technology
Entertainment Design), un ciclo di conferenze che si tiene
ogni anno in California. Innovatori di tutto il mondo sono
invitati a presentare le loro “ideas worth spreading”,
esempi di azioni o pensieri in grado di cambiare il mondo.
Gli spettatori pagano cifre che superano i 4.000 dollari per
assistere dal vivo all’evento ed entrare in contatto
diretto con questi personaggi, ma da qualche anno i “TED
talks” più interessanti sono disponibili gratuitamente
sul sito ufficiale (in versione di audio o video podcast)
e su YouTube. In questo modo, anche se a distanza di tempo,
è possibile ascoltare i contenuti della conferenza
e accedere a un vasto archivio che parte da un intervento
di Nicholas Negroponte del 1984 al primo TED.
La tendenza della Creatività Pubblica, esplosa ormai
sia nelle estetiche sia nei consumi con il filone extradomestic,
vede l’affermarsi di forme di consumo a cavallo tra
il pubblico e il privato. L’angoscia esistenziale rispetto
a un futuro incerto viene accompagnata dal desiderio di prendere
ciò che forme relazionali di consumo propongono nel
pubblico e nel privato. Senza distinzioni. Ecco il risorgere
della funzione pubblica nelle nostre società, nei confronti
della quale la politica si trova completamente impreparata.
È il tempo della rete delle reti di cui Internet è
l’icona manifesta: nuova forma di creatività
pubblica e pubblicizzata. Attraverso il web si disegna un
ordine che sfugge alla verticalità delle istituzioni
e favorisce l’orizzontalità di una solidarietà
postcomunitaria, aspetto particolarmente rilevante per il
mondo indiano.
La nuova metropolitana di Mumbai è stata inaugurata
nel 2002 e si è imposta a livello internazionale come
esempio di efficienza pubblica in una città notoriamente
caotica. L’artefice di questo vero e proprio “miracolo
urbano” è Elattuvalapi Sreedharan, un ingegnere
di 76 anni che ha coordinato i lavori che, a tempo di record,
hanno consegnato ai cittadini 65 chilometri di percorso (di
cui 11 sotto terra) divisi in 3 linee. Questa prima parte
del progetto è stata realizzata in poco più
di 7 anni, con 2 anni e 9 mesi di anticipo rispetto ai piani.
Il prossimo obiettivo è di completare una rete di 128
chilometri entro il 2010. Le misure di sicurezza sono imponenti:
metal detector a tutti gli ingressi, controlli alle borse
sospette effettuati da personale specializzato (tra cui donne
che controllano esclusivamente i passeggeri di sesso femminile),
rete cellulare funzionante anche nel sottosuolo. Anche la
pulizia e le norme di comportamento sono rigorose ed esemplari:
è, ad esempio, vietato mangiare, bere e dormire per
terra o sulle panchine. La segnaletica è chiara e in
due lingue (inglese e hindu) e ovunque c’è l’aria
condizionata. Per ottenere questo risultato si è puntato
sulla trasparenza dei processi e nessun compromesso sui tempi.
Sono state individuate inoltre fonti alternative di guadagno
oltre ai sussidi e i fornitori sono stati trattati come partner
dal Governo Indiano e della Città di Mumbai, i finanziatori
del progetto.
Il mondo del consumo e della comunicazione in India si trova
di fronte ad una varietà che spesso risulta essere
un problema: infatti, nella terra delle 854 lingue e dialetti,
è complicato veicolare un messaggio unico, anche per
le enormi differenze culturali tra nord e sud.
Per questi motivi le agenzie pubblicitarie in relazione al
retail si stanno concentrando sui contenuti visivi e sugli
interventi urbani, soprattutto su affissioni imponenti che
spesso implicano un modo nuovo di considerare il contesto
nel quale si inseriscono, dando origine a vere e proprie installazioni.
Esemplare il caso di Anando Milk, un’azienda che produce
e commercializza latte, che aveva l’esigenza di comunicare
i valori nutritivi del latte, che in India sta subendo la
forte concorrenza di succhi di frutta e active drink. Con
un semplice tabellone, l’agenzia permette ad un bambino
di “spostare” un pezzo di edificio, mettendo
al centro i valori di forza e nutrizione del latte.
Progetti analoghi sono stati fatti da Khadim’s Egaro
(un grande magazzino di Calcutta che ha letteralmente “buttato
i prezzi a terra”, lanciando i cartellini degli abiti
sopra i più trafficati incroci della città)
e dalla Calcutta School of Music (che ha invece sfruttato
i cavi elettrici per riprodurre gli spartiti dei più
grandi compositori europei, da Mozart a Beethoven).
In campo internazionale, come espressione di Creatività
Pubblica, interessante il caso di Obey Giant (pseudonimo di
Shepard Fairey, uno degli street artist più noti al
mondo) dallo stile semplice e incisivo, ispirato alla grafica
dei primi anni del ’900. Per dimostrare il suo supporto
alla campagna di Barack Obama, Fairey ha disegnato e stampato
una serie di poster con un ritratto del candidato democratico,
accompagnato dalle scritte “Hope”, “Change”
e “Progress”. I poster sono andati a ruba nello
store ufficiale dell’artista e alcuni manifesti sono
stati persino staccati dai muri per essere poi messi in vendita
su eBay.
A quel punto Fairey ha deciso di mettere a disposizione gratuitamente
immagini ad alta risoluzione dei poster, in modo da lasciare
ognuno libero di stampare il suo ed appenderlo ovunque, in
casa o per strada.
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